BURÈL L’abisso dei ricordi

12,00

AUTORI: GIANPAOLO SANI E LUCA SOVILLA

EDITORE: ALPINIA ITINERA

ANNO: 2017

Categoria:

Descrizione

Per un arcano destino ci sono montagne relegate a un angolo della memoria o, peggio ancora, destinate al silenzio dopo una gloriosa fiammata. Una di queste è il Burèl. Chi ha cercato di scalare da sud-ovest la più alta parete delle Dolomiti con i suoi 1200 metri, ha trovato il santuario, la fortezza, il castello, la torre, il pilastro, il diedro, il gigantesco cristallo conficcato nel fianco del bosco, immagini vivide dei sogni di ciascuno. Nell’arco di un decennio, fra il 1967 e il 1977, quando in giro il Sessantotto cedeva agli anni della violenza, in fondo alla Val de Piero ci si legava in cordata per rischiare del proprio, senza ideologia. Sulla parete delle pareti qualcuno osava. Era una squadra di polacchi con i bellunesi Gianni Gianeselli e Giorgio Garna. Nel ventre del monte cercavano gli appigli giusti per passare dove nessuno era mai passato. Erano gli anni di Messner e di Gogna, ma nessuno di loro e di tanti altri fuoriclasse avevano affrontato e vinto il volto più duro del Burèl. E forse non è solo un caso che il grande alpinista alto-atesino, scrivendo nel 1972 Il settimo grado, avesse avuto lanetta consapevolezza, anche dopo la sua impresa sul Sass de la Crusc, che nell’alpinismo la scala delle difficoltà, ferma da mezzo secolo al sesto grado, avrebbe dovuto fare un passo avanti.
Sotto il Burèl, bello e inaccessibile come un’isola di cui si resta prigionieri, era pronta un’irripetibile cordata, quella di Franco Miotto e Riccardo Bee. Forti, coraggiosi, sognatori, estremi, visionari e un po’ guasconi, non avevano la pretesa intellettuale del Nuovo Mattino, ma erano consapevoli di andare oltre certi limiti. Il diedro di sinistra è una goccia cadente, il pilastro sud-ovest una successione di strapiombi. E loro lì, appiccicati alla parete, tenevano per giorni e notti il mondo in verticale, stupivano quello alpinistico, tornavano a casa pensando già a un’altra impresa. Il Burèl era l’Avventura e la Conoscenza, la possibilità di sentirsi unici e in qualche modo eterni, il Sogno ad occhi aperti, la Metafora di un percorso anche esistenziale. Da quelle imprese non ci è stato consegnato solo un risultato sportivo ottenuto a prezzo di coraggio e paura, di fatiche immani, di bivacchi all’addiaccio rischiarati dalla luna piena, di bufere e di sole, ma anche un contesto di Natura integra e selvaggia, popolata di camosci, fatta di luoghi incantati ai piedi del Gigante, come la Fratta del Moro, il Col de le Giasene, il Forzelon, la stessa grande banca mediana che attraversa la parete come una spada nel fianco.
Sono passati quarant’anni da quelle due scalate estreme e cinquant’anni dalla via italo-polacca, mentre negli anni seguenti molte altre imprese sono state compiute. Oggi il tempo non risparmia nemmeno i giganti. Alcuni se ne sono andati, altri invecchiano più o meno bene. Dopo di loro non si sono viste code di nativi digitali salire lassù e il mitico Burèl è rimasto in fondo alla Val de Piero, muta sentinella della Schiara, così lontano e irraggiungibile, condannato anche alle periferie della memoria, senza nemmeno un ricordo, ricoperto da una patina come sarebbe stata la storia vissuta dal protagonista senza La montagna incantata di Thomas Mann. Questa pubblicazione e una targa posta all’inizio della Va de Piero rimediano indicandoci la via, ugualmente impervia, della memoria.
Solo chi ripercorresse le orme di questi piccoli grandi uomini, anche soltanto affacciandosi verso la parete senza affrontarne le estreme difficoltà, potrebbe stare certo di ritrovare gli stessi spazi selvaggi e di mettersi alla prova come un esploratore d’altri tempi.
Franco Miotto, l’Ulisse ispiratore e condottiero venuto dai viàz per finirla con la caccia ed elevarsi al Burèl da poeta cantore che ha indicato questo santuario della natura come la sua vera casa, ha scritto: “Un giorno, quando sarò vecchio, andrò a farmi l’ultima passeggiata sul Monte Serva o sul Col Visentin. Ma se qualche amico volesse aiutarmi, mi piacerebbe proprio addormentarmi un’ultima volta sulla cima del Burèl e restarmene lassù in pace, lontano dal chiasso del fondovalle”.

Flavio Olivo

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Informazioni aggiuntive

Peso 1 kg